GiulioCesare, un piccolo grande uomo
Questa è la storia di Giulio, non di Calogero… L’ho dedicata a mio Padre alcuni
anni fa per la festa del Papà, adesso la scrivo qui affinché anche Voi possiate
conoscerlo, mio Padre.
Armando
(Capitolo primo)
....”non possiamo fare nulla. La zampa è spezzata in due punti. Non potrà più
lavorare questo cavallo ma, perché abbatterlo. E’ forte, si riprende. Magari
potrà ancora montare, ne verrebbe fuori un altro bel cavallo…veda lei, Don
Calogero, ci vediamo domani…
Queste furono le parole del veterinario nella stalla. Non aveva un nome quel
cavallo. Non aveva tempo Don Calogero per dare nomi alle sue bestie. Cavalli,
pecore, mucche, galline erano animali creati per servire all’uomo carne, latte,
uova. Il cavallo serviva per raggiungere le terre in campagna, attraverso i
sentieri. Un cavallo zoppo era inutile. Mantenerlo sarebbe stato solo uno
spreco, uno spreco inutile.
Tredici figli aveva Don Calogero, tredici. Non poteva (non voleva) permettersi
di sprecare nulla.
Sei anni aveva quel cavallo. Era il suo cavallo. Lo aveva comprato ad una fiera
dopo averlo guardato negli occhi. Due occhi grandi e neri come la notte, come il
suo manto. Un pelo nero lucido da far invidia ad una biglia. Si erano capiti con
uno sguardo, lui e il suo cavallo.
Non era cattivo Don Calogero, era solo pratico. Abituato a comandare, a
decidere, sempre.
Passeggiava nervoso dentro e fuori la stalla. La luce gialla di una lampada,
alta, sopra il fienile, illuminava il cavalo rendendolo ancora più fiero, più
bello. Impavido, incurante quasi del dolore alla zampa, guardava fisso negli
occhi Don Calogero: “Sbrigati, uccidimi, non perdere tempo. Non fare il vecchio
sentimentale con me…” Questo lesse in quegli occhi grandi e neri, lucidi adesso…
Don Calogero. Prese la pistola, gli si avvicinò a circa un metro sperando che la
smettesse di fissarlo a quel modo… Mirò in fronte,in mezzo agli occhi. Esitava…
Don Calogero, gli si mise di fianco poggiandogli una mano sulla criniera, forse
come a carezzarlo ancora un'altra volta. Gli sparò al cuore,un colpo solo…
“Vuoi fatta qualche cosa? Un caffè, una camomilla?
Solo questo disse Vittoria, sua moglie. La donna piccola, piccolissima che gli
stava accanto da sempre. Lei, così piccola, aveva avuto la forza di partorire e
far crescere tutti i loro tredici figli.
Non voleva niente, Don Calogero, e glielo disse con tono calmo, quasi gentile.
Non disse nulla a Giulio, l’undicesimo figlio che si era svegliato al rumore
dello sparo e adesso lo guardava dalla porta socchiusa della sua camera.
Giulio ammirava suo Padre, anche nella sua durezza. Avrebbe voluto essere come
lui…ma non lo fu mai… Il suo cuore era diverso…Lui era diverso…
continua...
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