Caffè Freddo
Le candele accese al limite della loro esistenza riflettevano morbide ombre sul tavolo tra posate disordinate e piatti svuotati.
“Ma dimmi la verità, cosa ci fai qui stasera?”
“Perché?”
“Perché è una vita che non ti fai vedere o sentire. Nemmeno una telefonata.”
“Ho fatto male a venire?”
La risposta non fu immediata, Marco si versò ancora del vino, nella bottiglia ne era rimasto poco. “Ancora un po’ di vino?” chiese con un mezzo sorriso mentre le candele continuavano a dipingere ombre sempre più incerte.
“Va bene.” Avvicinò il bicchiere, il vino cominciò la sua danza circolare riempiendolo per metà. “Non hai risposto alla mia domanda.” Incalzò mentre ritirava il bicchiere.
“E’ importante la mia risposta? Cambierebbe qualcosa?” sorseggiò lentamente, il vino era diventato più caldo ma altrettanto piacevole.
Lei non rispose, si limitò a guardarlo, attese.
Marco la conosceva bene, pesò mentalmente le parole “Non hai fatto male. Mi fa piacere che tu stia qui. Solo che…”
“Solo che?”
Marco sorrise in modo amaro, scolò l’ultima goccia di vino e la guardò fisso.
“Ci sediamo sul divano?” chiese alzandosi e piegando disordinatamente il tovagliolo, “Staremo più comodi e risponderò a tutte le tue domande.
Il divano era grande ed accogliente, Marco mise su un CD di Jazz, Summertime cominciò a riempire piano la stanza con la sua dolce melodia. “Cosa mi avevi chiesto?” domandò quando erano seduti l’uno di fronte all’altra. “Ti stavo chiedendo…”
“Aspetta” la interruppe, “facciamo che sono io a farti una domanda.”
La donna lo guardò valutando, “Va bene” rispose alla fine, “Chiedi quello che vuoi.”
“Vuoi baciarmi?” Marco la osservò, i suoi occhi si accesero, il riflesso delle candele li rendeva grandi e profondi. Meravigliosi occhi verdi.
“E poi?” chiese lei mentre, senza rendersene veramente conto si stava già avvicinando.
“Non interessa il dopo, mi basta averti ora, in questo momento, la vita non è per sempre.”
Lei si avvicinò ancora fino ad incontrare le sue labbra. Le bocche s’incollarono come magneti di polo opposto, nessun dubbio, nessun ripensamento. La camicetta fu la prima cosa che cadde di lato mentre mani esperte fecero saltare i ganci del reggiseno; fu la volta di lei che lo spinse fino ad appoggiare la schiena al bracciolo del divano, quindi il golf di cotone finì arrotolato ai piedi del tavolino. Le labbra continuavano a cercarsi, a trovarsi senza mai fermarsi, senza mai trovare pace; finché il divano non divenne troppo piccolo e si ritrovarono quasi senza accorgersene sul grande letto, troppo grande in alcune sere, di Marco.
Fecero all’amore come altre volte, finché stanchi finirono distesi vicini. Lei gli voltava le spalle in posizione fetale, lui guardava fisso il soffitto. Era stato bello, ma era finito.
Sapeva che domani Milena si sarebbe alzata prima di lui, avrebbe preparato il caffè, una tazzina per se ed una per lui, ma non gliela avrebbe portata, l’avrebbe lasciata sul tavolo.
Una volta alzato avrebbe trovato quella solitaria tazzina di caffè ormai freddo. Quella tazzina rappresentava ormai tutta la sua vita: solitaria e fredda.
Non era riuscito a tenerla con sé, non era riuscito a trovare un modo per non farla andare via e questa cosa continuava a rodergli dentro specialmente quando gettava nel lavandino il caffè freddo di quella tazzina solitaria.
Questa volta però non sarebbe finita così, non questa volta ed un’idea gli si affacciò alla mente, prima una timida presenza, quasi impercettibile, successivamente sempre più chiara, sempre più nitida. Valutò con attenzione, analizzò tutte le conseguenze, le alternative e decise che quella era l’unica soluzione.
Milena s’era addormentata, ne sentiva il respiro profondo. Marco continuò a riflettere fin quando l’orologio digitale non segnò le 2:55 del mattino. Si alzò piano ed andò in cucina, era buio, ma si muoveva con dimestichezza, quella era casa sua d’altronde. Aprì il mobiletto dove teneva il caffè, prese il barattolo e lo poggiò sul bordo del lavandino; prese la caffettiera, riempì il serbatoio fino alla valvola, mise l’imbuto, il caffè e chiuse stringendo forte aiutandosi con uno straccio di cucina. Accese il fuoco ed attese. Ritornò nella camera da letto, Milena s’era girata dal lato opposto e teneva allungato il braccio destro. Aveva il viso rilassato e sembrava felice. Sorrise, rientrò in cucina e si sedette sulla sdraio che teneva fuori al balcone. La notte di lì ad un’ora avrebbe cominciato a ritirarsi piano, ma non ora, non era giunta ancora l’alba e le stelle brillavano monotone. Marco si alzò per controllare il caffè, stava venendo su, abbassò la fiamma come faceva sempre, uscì dalla cucina, si avvicinò al divano e raccolse la camicetta di Milena, ne sentì il profumo, quel profumo che amava, sentì qualcosa dentro, di forte, la strinse forte e ritornò alla caffettiera, spense e da un secondo mobiletto basso prese due tazzine, aggiunse lo zucchero, mezzo cucchiaino per lui due cucchiaini per lei che lo amava dolce il caffè. Girò lentamente, poi spostò le tazzine sul tavolo, le mise vicine con i manici opposti, prese un foglio dal blocco che aveva vicino al telefono e scrisse
questa volta ho fatto prima di te… ti amo
Ripose la penna di lato al foglio, chiuse la finestra del balcone, quindi aprì il gas al massimo, sorrise al pensiero e tornò a letto. Piano si stese di fianco a Milena ed aspettò che il sonno, quel sonno eterno che lo avrebbe legato a lei per sempre.
Dopo qualche ora un raggio di sole illuminò due tazzine di caffè, ormai freddo.
Autore: Massimo Petrucci