Il soffio leggero del vento del mare

Chi sono


Il soffio leggero del vento
del mare è il brivido dell’emozione...
D’improvviso l’anima
ha un sussulto,
un battito, un fremito
che non è soltanto per amore…
Il soffio leggero del vento del mare
può arrivare a ferragosto o a natale
È breve come un lampo,
una stella all’alba
e porta con sé i colori dell’arcobaleno
Ha soltanto una certezza:
Resta per sempre dentro il cuore
Armando

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Pensieri

Io sono un cantastorie. Racconto della vita, dell’amore del dolore. Io quando scrivo mi racconto Parlo di ciò che vedo, ciò che sento. Per favore, non chiamatemi poeta io sono un cantastorie

In fondo sono solo un uomo che ha pianto per amore che ha riso per amore che ha vissuto che ha donato che ha rubato attimi di vita alla vita Che ha voluto bene a un cane da bambino a mia Madre e a mio Padre Io voglio ancora bene ad ogni amore Conservo un cuore nei ricordi del mio cuore che mi ha voluto bene che mi ha amato che mi ha guardato dentro ed ha saputo leggermi l’anima Io la mia malinconia la porto dentro la nascondo i miei amici ridono quando stiamo insieme m’invidiano ma non me lo dicono le donne e il mio modo di fare però piangono quando mi leggono e a volte si chiedono Chi sono…

lunedì, 28 febbraio 2005

 

Un altro amico poeta bambino, ha scritto un altro gioiello, che io mostro a voi amici e ripongo in questo mio piccolo forziere di parole preziose in sempreterno ricordo

Emozioni


Il dolce suono dell’arpa
risveglia il mondo intero,
le dita che scivolano tra le corde
immettono dolci note
che danzano lievemente nell’aria
accompagnate
da piccoli fiocchi di neve
che sembrano gioire.
Sono emozioni che mi crescono
nell’anima
e riescono ad uscire solo quando
le note prendono vita sulle mie dita,
ed uscendo dal loro pentagramma
addolciscono il mio carattere
rabbioso;
trasformandolo così
in amore e passione per la musica

Kevin Paolo 18/02/2005

frammento di: Armando_ delle ore 01:06 | link | commenti
categorie: i miei amici poeti
venerdì, 25 febbraio 2005

Questo spazio è dedicato, con onore ed immenso piacere, al mio amico poeta Ivan Pietro, un bambino di 10 anni che parla già da uomo: Ad maiora Ivan!

Pensieri Fantastici

Tanti pezzettini
vanno a costruire il nostro mondo.
Sono parte della nostra fantasia
basta chiudere gli occhi per entrare
in questa meravigliosa città
dove i pensieri volteggiano nell’aria,
giocano e si rincorrono
raggiungendo l’infinito
oltrepassando l’orizzonte
dove il cielo e il mare
sono un’unica cosa.
Un mondo senza problemi,
senza guerra e senza
cattiveria
dove tutto è colorato
di vive sfumature.
Per i grandi
il nostro mondo è proprio strano
perché hanno fatto morire
il bimbo che era dentro di loro.

Ivan Pietro 15/02/2005




frammento di: Armando_ delle ore 00:45 | link | commenti (1)
categorie: i miei amici poeti
martedì, 22 febbraio 2005

 GiulioCesare, un piccolo grande uomo         

Questa è la storia di Giulio, non di Calogero… L’ho dedicata a mio Padre alcuni
anni fa per la festa del Papà, adesso la scrivo qui affinché anche Voi possiate
conoscerlo, mio Padre.

Armando



(Capitolo primo)


....”non possiamo fare nulla. La zampa è spezzata in due punti. Non potrà più
lavorare questo cavallo ma, perché abbatterlo. E’ forte, si riprende. Magari
potrà ancora montare, ne verrebbe fuori un altro bel cavallo…veda lei, Don
Calogero, ci vediamo domani…

Queste furono le parole del veterinario nella stalla. Non aveva un nome quel
cavallo. Non aveva tempo Don Calogero per dare nomi alle sue bestie. Cavalli,
pecore, mucche, galline erano animali creati per servire all’uomo carne, latte,
uova. Il cavallo serviva per raggiungere le terre in campagna, attraverso i
sentieri. Un cavallo zoppo era inutile. Mantenerlo sarebbe stato solo uno
spreco, uno spreco inutile.
Tredici figli aveva Don Calogero, tredici. Non poteva (non voleva) permettersi
di sprecare nulla.
Sei anni aveva quel cavallo. Era il suo cavallo. Lo aveva comprato ad una fiera
dopo averlo guardato negli occhi. Due occhi grandi e neri come la notte, come il
suo manto. Un pelo nero lucido da far invidia ad una biglia. Si erano capiti con
uno sguardo, lui e il suo cavallo.
Non era cattivo Don Calogero, era solo pratico. Abituato a comandare, a
decidere, sempre.
Passeggiava nervoso dentro e fuori la stalla. La luce gialla di una lampada,
alta, sopra il fienile, illuminava il cavalo rendendolo ancora più fiero, più
bello. Impavido, incurante quasi del dolore alla zampa, guardava fisso negli
occhi Don Calogero: “Sbrigati, uccidimi, non perdere tempo. Non fare il vecchio
sentimentale con me…” Questo lesse in quegli occhi grandi e neri, lucidi adesso…
Don Calogero. Prese la pistola, gli si avvicinò a circa un metro sperando che la
smettesse di fissarlo a quel modo… Mirò in fronte,in mezzo agli occhi. Esitava…
Don Calogero, gli si mise di fianco poggiandogli una mano sulla criniera, forse
come a carezzarlo ancora un'altra volta. Gli sparò al cuore,un colpo solo…


“Vuoi fatta qualche cosa? Un caffè, una camomilla?
Solo questo disse Vittoria, sua moglie. La donna piccola, piccolissima che gli
stava accanto da sempre. Lei, così piccola, aveva avuto la forza di partorire e
far crescere tutti i loro tredici figli.
Non voleva niente, Don Calogero, e glielo disse con tono calmo, quasi gentile.
Non disse nulla a Giulio, l’undicesimo figlio che si era svegliato al rumore
dello sparo e adesso lo guardava dalla porta socchiusa della sua camera.
Giulio ammirava suo Padre, anche nella sua durezza. Avrebbe voluto essere come
lui…ma non lo fu mai… Il suo cuore era diverso…Lui era diverso…


continua...

@Tutti i diritti sono riservati all'autore




frammento di: Armando_ delle ore 01:22 | link | commenti (1)
categorie: la storia di mio padre
sabato, 19 febbraio 2005

 

Pierrot

Ebbene si, così è la vita.
Io non ci ho mai creduto, non ci ho mai voluto credere e invece, dobbiamo per forza avere una maschera, più maschere, da indossare ogni giorno, tutti i giorni. Tutti, nessuno escluso.
Ho scelto quella di Pierrot.
Io, innamorato della vita.
Io, innamorato dell’amore.
Io, innamorato di me, del mio modo di essere, di pormi, del mio passato e del mio presente.
Ogni cosa mi ha deluso, io in testa.
E così, ho deciso. Accetto il gioco dei compromessi.
Accetto le regole delle connivenze con le convenzioni, sto alle regole di un falso perbenismo alle quali ognuno di noi è costretto (vuole esserlo) ad assoggettarsi per non sfigurare, per non morire…
Non l’ho mai fatto. Sono sempre andato fuori dagli schemi, fuori dalle righe, in nome della mia dignità di uomo, in nome della mia libertà.
Ho sempre gridato il mio amore, la mia rabbia, la mia gioia e il mio dolore ai quattro venti.
Non mi sono mai privato di urlare, quando era necessario, di sussurrare quando lo desideravo.
Non mi sono mai vergognato di esternare il mio odio - amore totale, incondizionato.
Invece no, non è così.
L’amore va sussurrato piano, a bassa voce e non sempre.
La rabbia va tenuta dentro e tirata fuori piano, con moderazione.
Chi va in rottura con il mondo resta solo, a combattere contro i fantasmi degli uomini inesistenti che ogni giorno incontriamo fra gli sguardi finti - assenti di ognuno.
Tutti, dico tutti, siamo uno, nessuno, centomila.
Come fare a distinguere il vero dal falso?
Come fare a trovare davvero chi è, chi fa, realmente se stesso.

Ci ho pensato per una settimana intera. Con raziocinio, con lucidità estrema.
Ho curato tutto in ogni dettaglio. Ho superato ogni contrattempo che il destino mi frapponeva.
Ogni ostacolo che appariva insormontabile io l’ho aggirato spianando la strada.
Fino al giorno del mio appuntamento.
Per una intera settimana ho respirato la vita. Il mare, le piante, gli animali. La pioggia, il vento e gli ultimi raggi di sole.
Ogni notte l’ho trascorsa guardando ora il cielo, ora le stelle e la luna, nel suo immutabile, incessante divenire, nella sua pienezza e nel suo “spicchio” che come un occhio socchiuso a mò di smorfia mi guardava.
Che bella la vita! Per questo l’ho amata così tanto.
Così ho deciso. Un amore quando è così grande deve essere vissuto. Non serve a niente portarlo nel cuore se non lo puoi guardare, abbracciare, carezzare. Respirarne l’alito, il profumo. Ammirarne i colori ed io questo, non lo facevo più. Ho capito che non lo avrei fatto mai più.
Così sono andato da mio padre e l’ho abbracciato, l’ho baciato. L’ho guardato nei suoi occhi mai spenti e gli ho detto: Ti voglio bene…
Poi ho scritto una lettera alla mia migliore amica. La donna che, senza ombra di dubbio, mi vuol bene più di qualsiasi altra cosa al mondo. Le ho spiegato pressappoco questo e poi le ho chiesto di non piangere, non più del dovuto almeno. Era una mia scelta, un mio grande desiderio. Lei doveva soltanto essere felice che io dopo, sarei stato finalmente e veramente “felice”.
Poi con calma, senza fretta ormai, ho scritto un'altra lettera a mia madre.
Poche parole ma essenziali ed un ti voglio bene.
A mio fratello “il Grande” (perché lui è davvero grande) invece ho detto tutto.
Fatti, antefatti e misfatti. Gli ho parlato di storie consumate e di tappi di bottiglie vuote stanchi di girare e del mio cuore stanco di lottare. Delle cose che dovevo completare e degli impegni da onorare. Poi, gli ho raccontato dei delfini e delle rane e gli ho chiesto di non farli morire, se qualcuno li voleva, altrimenti li doveva uccidere… e poi gli ho chiesto che dopo un po’ di tempo, quando il mio pensiero si sarebbe trasformato in ricordo, di dire a voi che avevo conservato per ognuno un abbraccio e un grazie per ogni attimo che mi era stato dedicato.
Con calma, senza fretta, fra un bicchiere e una sigaretta ho pensato anche ad un altro fratello, che avevo perduto e volevo ritrovare. Così gli ho scritto due parole, l’augurio per una vita migliore ed un ti voglio bene…
Restava soltanto il mio amico. Un amico nuovo che in poco tempo era diventato importante.
Un uomo la cui presenza allegra, positiva, è riuscita a far si che io abbia potuto godere ancora di un po’ di sole questa estate, la mia ultima estate.
Saresti stato sicuramente un buon amico, Amico, ma siamo arrivati tardi, troppo tardi… ti lascio il nostro saluto quotidiano: batti cinque Amico… e così anche la quinta busta era pronta.
Al mio appuntamento potevo arrivare quando volevo, Lei mi aspettava…. avevamo fissato solo il giorno non l’orario e certo non sarebbe andata via.
Così mi tolsi anche il capriccio di un buon caffè. E’ buono il mio caffè.
Lentamente mi avviai. L’aria era fredda e il cielo scuro. Aveva piovuto. Non c’era la luna o almeno io non la vedevo.
Presi l’autostrada cantando sempre solo due canzoni. A squarciagola. Sempre le stesse.
Gli Abba e Renato Zero. Camminavo piano per non sbandare e per poter cantare un po’ di più.
A casa ho mangiato un bel piatto di spaghetti al pomodoro rinforzati con tanto parmigiano.
Poi ho bevuto ancora. Ho fumato in balcone ed ho visto la luna.
Il micio mi guardava. Ci siamo guardati in silenzio. Si è avvicinato e gli ho regalato una carezza.
Basta poco per far contento un micio randagio.
Poi sono entrato, ho spento la luce. Eccomi qua Signora… scusi il ritardo.
Non la vedevo ma sapevo che c’era. Sentivo il suo odore. Era acre ma non dava fastidio. Mi entrava piano dalle narici e lo sentivo espandersi dentro lentamente. Ho fatto uno squillo anonimo per salutare una persona e, benedetto destino, mi ha risposto. Tutto era compiuto.
Mi sono disteso sul letto con gli occhi chiusi e vestito.
La Signora non arrivava. Io mi spazientivo. Sudavo e il cuore mi batteva forte.
Non so dopo quanto tempo, credo poco, mi alzai e andai a fumare una sigaretta in terrazza.
Mi coricai ancora e aspettai. Mi rialzai ancora.
Vagavo di notte come un fantasma, al buio. Ero nervoso. Perché la Signora si nascondeva? Perché voleva mancare al nostro appuntamento?
Così mi diressi verso il suo profumo. La trovai. Lo respirai forte anche con la bocca. Finalmente mi inebriai di Lei. Il suo profumo adesso saliva piano anche nella mia testa così mi coricai più vicino, accanto a Lei…. Non so altro.
Ricordo solo che una mano nera mi toccava e tossivo. Poi tanta confusione e rumore di oggetti e di persone. Mi sono svegliato in ospedale e ho visto le lacrime di mia madre. Poi a poco a poco, visi amici e volti sconosciuti ed ognuno aveva una parola per me. Un rimprovero. Un perché da voler sapere e io… non lo sapevo… piangevo…
Anche in questo non ero stato bravo. Cercavo con la mente il ricordo della mano. Chi era. Perché mi toccava. Perché mi svegliava….

Ecco, la storia è finita. Il resto è solo cronaca di questi giorni. Ognuno ha puntato il dito calcandolo fin dove ha potuto. Qualcuno mi ha donato il cuore dicendomi “tu sei qui… non potrai mai andare via…” Per adesso mi trattano come un malato perché ancora non hanno capito. Perché non sanno.
La Signora mi ha tradito. E’ venuta sì all’appuntamento ma poi se n’è andata. Il patto era che saremmo andati via insieme invece, se n’è andata da sola.
Gliel’ha ordinato Dio.
A me invece ha svelato il mio cammino. Mi ha dato una maschera da indossare e mi ha detto: Vai Pierrot, è questa la tua strada, io ti ordino di percorrerla senza voltarti indietro. Mio figlio è morto sulla Croce anche per te, questa è la tua Croce figlio mio…
Dopo due giorni di silenzio ho detto:

E così sia…. Al volere di Dio….

Armando 14/10/2004

frammento di: Armando_ delle ore 23:54 | link | commenti (1)
categorie:
giovedì, 17 febbraio 2005

Da "I Racconti Del Mare"

Tonino, il pesce ridolino

Il mare ha pianto l'altra mattina e le sue lacrime si sono mescolate con il sale e non serviva immaginare che Tonino, il pesce ridolino, fosse salito in cielo per calmarlo, tutt'intorno i pesci stavano a guardare...

Tonino era un pesciolino nero, piccolo e nero anche quando poi, da grande, diventò un pesce amato, stimato e rispettato. Rideva sempre Tonino, fin da bambino e riusciva a trasmettere a tutti la sua allegria. Aveva l'istinto innato del capo branco, del trascinatore ma non del capo, ero uno del gruppo, era il gruppo...Tonino non alzava mai la voce, non emetteva mai sentenze e i suoi consigli erano sempre celati dietro al baffo ridente e nero che apriva la porta alla sue battute.
I suoi genitori erano fieri ed orgogliosi di lui ed anche Giannina, la sua sposa pesciolina lo amava e lo stimava.
Certe volte nel mare si formava un nugolo di pesci, tutt'intorno a formare un cerchio e al centro chi c'era? Tonino che raccontava barzellette, storielline, aneddoti, che mimava vignette e scenette di tutti i giorni e i pesci tutti a ridere, a ridere fino alle lacrime.
Nettuno li osservava da lontano e rideva anche lui,era impossibile resistere alle barzellette di Tonino.
Il giorno del suo matrimonio Tonino era serio ma nessuno ci credeva, infatti il sorriso puntuale, immancabile, arrivò sul viso di Tonino e poi durante la cerimonia, come sempre, coinvolse tutti.
Visse anni intensi e, seppur brevi, ricchi di gioie e di soddisfazioni, la sua figlioletta intesta, una pesciolina bellissima e, anche lei, ridente. Un lavoro prestigioso e dignitoso che lo portò, in breve tempo, ai vertici dell'azienda. Era un pesce speciale Tonino, semplice e unico allo stesso tempo. Di una spontaneità disarmente. Due occhi neri in mezzo la testa che sapevano leggere dentro gli animi. Questo era Tonino.
Un giorno Nettuno, mentre era affacciato alla sua finestra che ascoltava le barzellette di Tonino,senti bussare alla sua porta. Era Dio, Dio in persona. Il Dio del cielo e della terra e del mare. Dio Onnipotente.
Nettuno s'inchinò a Lui e disse: Signore, Voi qui, cosa devo fare?
Dio entrò, posò il bastone e si sedette. I due vecchi si guardarono negli occhi poi Dio disse: Figlio mio, devo chiederti un favore; c'è troppo dolore in cielo, troppa tristezza. I figli delle torri, i fratelli  di Nassirya,delle guerre, la bambina napoletana e tanti, tanti altri fratelli che hanno abbandonato le loro famiglie troppo presto e non fanno altro che piangere...ho bisogno di un tuo figlio per riportare un pò di gioia in paradiso, ho bisogno di Tonino...

Immobile, Nettuno rimase immobile a guardare Dio. Signore, disse, sono impotente al vostro volere e ho giurato fedeltà e obbedienza, il vostro progetto è immenso e il mio dolore sarà nulla al confronto,Tonino è stato un Vostro dono allora, riprendetevelo.
Dio rispose: Nettuno, figlio mio, ho scelto te come Re dei mari perchè sapevo della tua saggenza, della tua sapienza e della tua fede e confido in quest'ultima, affinchè tu sappia dare la pace ai suoi cari.
Lentamente, dopo avergli poggiato una mano sul capo, Dio prese il bastone e tornò in cielo.
Le lacrime, a lungo trattenute, scivolarono copiose sul viso del vecchio Re.
Tonino rideva poco lontano e ridevano con lui tutti i suoi amici.
L'indomani, dopo aver regalato l'ultimo sorriso a Giannina e a sua figlia,Tonino partì...

E' una storia vera,la storia di mio cugino.Tonino. E’successa l’anno scorso. Con questo racconto, frutto di un miracolo, sono riuscito a trovare pace e donarla un po’ anche  alla Sua famiglia

 Armando @ Tutti i diritti sono riservati all'autore

frammento di: Armando_ delle ore 22:41 | link | commenti
categorie: i racconti del mare
lunedì, 14 febbraio 2005

 

Addio piccolo Fiore...

Piccolo Fiore
rubato alla vita
prima di sbocciare
chissà il tuo ultimo pensiero
prima di morire
Dove vanno adesso i sogni che hai sognato
dicono in cielo
ma tua mamma non ci crede
neppure io
Come farà il dolore a scomparire
il tuo giovane amore potrà ancora amare
tua mamma invece è andata ad impazzire
non lo sapeva ch'era l'ultimo sorriso
t'avrebbe dato ancora un altro bacio...
Avrebbe dato in cambio la sua vita
alla morte traditrice
Avrebbe chiesto per piacere Dio
non me la levare
senza non so vivere
oppure
sarebbe morta lì, con te...
Addio piccolo Fiore

A mia cugina Roberta, quindici anni, quasi sedici...

Armando

frammento di: Armando_ delle ore 01:03 | link | commenti (3)
categorie: introspettiva
venerdì, 11 febbraio 2005

 

Il tempo scorre uguale dentro i giorni
il grigio non si colora
e la notte non è più come allora
Ogni notte
tutte le sante notti
mi alzo nel buio e leggo le pareti
per cercare risposte dentro vecchie parole
poi vago nel cortile
e parlo un pò con la luna
che a volte si specchia in piscina e ride
ride di me...
neppure la notte mi è più amica
sebbene mi regala ancora un brivido
Ogni notte
tutte le notti vado a cercare un sogno antico
un odore che non so dimenticare
un sorriso conservato in una foto
Certe notti invece vado alla scogliera
e parlo con il mare
Mi fa compagnia un bicchiere di vino buono
un liquore ambrato dai risvolti d'oro
qualsiasi cosa mi va bene
se alla fine mi regala un pianto
Non è vero che si beve per dimenticare
in un bicchiere i miei ricordi navigano ancora
nuotano insieme
e a volte li riesco a toccare
a volte li riesco a sentire
a volte parliamo e loro mi raccontano una storia
oppure una favola
e io ci credo ancora...
alla fine però
mi ricordano sempre che c'era un tempo per sognare
che non abbiamo sognato
e un tempo per dimenticare
ma io non lo so fare...

frammento di: Armando_ delle ore 22:19 | link | commenti (2)
categorie: introspettiva
lunedì, 07 febbraio 2005

Se avessi avuto un figlio

Se avessi avuto un figlio
lo avrei chiamato amore
gli avrei donato ogni momento
rubandolo al mio tempo
gli avrei insegnato con il tempo
ciò che la vita mi ha insegnato
sarei stato il suo leone e lui il leoncino
gli avrei insegnato l'arte della lotta
e del pensare
gli avrei parlato con il cuore del mio cuore
raccontandogli i segreti
dell'amore e del dolore
Conservati ogni gioia gli avrei detto
non la dimenticare
ti servirà per quei momenti
in cui la rabbia ti farà dolore
gli avrei insegnato anche a parlare con il mare
ad ascoltare il vento
e gli avrei detto un giorno
Questa è la vita figlio mio
prendila
è tua...

frammento di: Armando_ delle ore 21:13 | link | commenti (3)
categorie: introspettiva
venerdì, 04 febbraio 2005

 

Da "I Racconti Del Mare"

La Ragazza che sognava il mare

Questa è una storia che ha dell'incredibile.

Racconta del mare che un giorno,d'improvviso,si scoprì innamorato.

Innamorato di una ragazza della quale aveva visto il viso,l'ombra del suo corpo riflessa nel cielo.

Di lei aveva chiesto al vento di portarle il profumo e donarle,allo stesso modo, il respiro del suo;e fu così

E' malinconico il mare quando pensa e racconta questa storia.

Dalle sue onde scivolano leggere,gocce di lacrime sulle scogliere che nessuno riesce a vedere,perchè miste all'acqua e salte anch'esse.Rimpiange,avolte,la sua natura e la sua essenza,il suo essere materia sì in movimento ma,di non possedere un corpo,un viso.Ricorre allora,per lenire il suo tormento,alla sua saggezza ed alla quiete lenta del suo movimento che da sempre,ha placato i cuori,per trovare pace anch'esso.E così,nella consapevolezza ritrovata,ricorda di essere dimora per le creature che vivono in lui.Sente i canti ed i gemiti muti dei pesci,che scivolano leggeri e felici,le carezze delle scogliere e dei loro fiori e delle alghe e dei frutti al suo passare;ascolta ancora i sospiri degli amanti e gioca a nascondino con le loro impronte rubate alla sabbia e il suo cuore,finalmente si placa.

Un giorno il mare,che calmo e azzurro scivolava leggero fra le rive,udì una voce delicata che,lontano,cantava deliziosamente.Raccontava del suo desiderio di essere delfino e balzare fra le onde,o gabbiano e volare alto nel cielo e rispecchiarsi nelle acque;nave controcorrente oppure onda che sulla spiaggia,rccoglieva conchiglie per conservarle come preziosi tesori.

Rimase incantato,da così tanta dolcezza e da quelle parole soavi.

Scrutò il cielo e vide riflessa un immagine dai contorni sbiaditi,ora esili e graxili,con lunghi capelli scomposti,ora più chiare,definite,come un corpo robusto che si muoveva però leggero tra rocce e fiori su monti innevati.Qualunque cosa fosse ne rimase colpito dalla grazia,dalla leggerezza dei movimenti e dal suo canto.

Si innamorò subito.Fu il classico colpo di fulmine tanto decantato dagli uomini.

Per tutta la notte non fece altro che immaginarla lì con lui:come sirena ammaliatrice seduta su uno scoglio a cantare,come nave imponente che lo solcava,come gabbiano veloce che in lui si specchiava e le sue acque si agitarono,si mossero a ritmi confusi come per abbracciarla,per coccolarla,per stringerla morbosamente a sè.Al mattino,al levar del sole,anche il mare smise di sognare.Era un giorno d'estate.Il sole batteva forte e si rifletteva sull'acqua creando giochi di luci argentati.

Milioni di persone cercavano refrigerio,in ogni luogo,fra le sue acque fresche.In ognuna il mare cercava il viso di lei,il suo corpo,il suo profumo.Niente.Non c'era nulla che neppure la ricordasse.

Come ogni amante deluso,cominciò allora

 ad agitarsi,ad infuriarsi ed anche il cielo,riflesso in lui,cambiò umore.Così mentre nuvole minacciose si addensavano onde alte s'innalzavano,s'increspavano fra loro mettendo in fuga i bagnanti.

Per settimane il mare e il cielo,all'unisono,restarono immutati.Sembrava inverno.I metereologi non riuscivano a spiegarsi lo strano fenomeno e brancolavano nel buio,ipotizzando repentini cambiamenti puntualmente smentiti.

Un giorno il vento,stanco di soffiare,raccolse il canto di Luisa,così si chiamava la ragazza,che intanto passeggiava fra i suoi monti e lo portò al mare.

D'improvviso,il gigante si calmò.Le onde si abbassarono e,magicamente,scivolarono lente e leggere alla riva.Anche il cielo,improvvisamente,mutò assumendo il colore e la serenità del mare.Le nubi si diradarono fino a scomparire.La pace,era tornata al cuore del mare.

Si narra che nei giorni in cui il mare infuria,egli perde la consapevolezza del suo essere e della sua essenza,del bene che gli viene donato dal cuore di lei e che la passione,irrefrenata e irrazionale,rovini ciò che è stato il dono più prezios;lEssenza dell'Amore!

Si narra che nei giorni in cui il mare infuria,egli perde la consapevolezza del suo essere e della sua essenza,del bene che gli viene donato dal cuore di lei e che la passione,irrefrenata e irrazionale,rovini ciò che è stato il dono più prezios;lEssenza dell'Amore!

ARMANDO@ Tutti i diritti sono riservati all'autori

frammento di: Armando_ delle ore 01:23 | link | commenti (1)
categorie: i racconti del mare
mercoledì, 02 febbraio 2005

 

isolotto al tramonto
Foto © Rosario Trifirò

All’Alba... Il Mare

All'Alba il Mare
insegue le scogliere
e chiaroscuri s'illuminano
ai primi raggi di sole
Rumore di vento e di gabbiani
ormai desti
svegliano l'acqua e le mie mani
l'accarezzano
Ancora fredda di notte e di inverno
mi riscalda il cuore
il mare...


Palermo,ore 06.20 Scogliera di Isola delle Femmine(Capaci)

frammento di: Armando_ delle ore 23:48 | link | commenti
categorie: introspettiva